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FRANCO ROSSI

Sui fatti che portarono alla fucilazione dei Michelini, Ratti e Criscitiello significativa è la testimonianza di Franco Rossi, anch’ egli coinvolto nella vicenda.
Il testo è tratto da un articolo che Rossi scrisse per “Il Cittadino” in occasione del Cinquantesimo della Liberazione.

“Le mie vicende personali e di piena adesione alla lotta partigiana sono assolutamente secondarie rispetto alla tragedia che ebbe il suo epilogo il 25 gennaio del '45, alla cinta esterna della Villa Reale di Monza, in via Boccaccio, non lontano dal Viale Regina Margherita. Lì furono fucilati tre giovani partigiani: Vittorio Michelini, Alfredo Ratti, Raffaele Criscitiello.
Vittorio e Alfredo erano stati arrestati dai Repubblichini la tarda sera del 24 gennaio, nei pressi del Re di Sasso; avevano una bomba a mano e una pistola ciascuno. Avvenne, verosimilmente, mentre rientravano dopo il colpo di mano alla caserma delle guardie di Pubblica Sicurezza di via Volturno, donde avevano asportato delle armi destinate alla causa partigiana: una delle guardie, che erano state da loro imbavagliate e legate nel corso dell'attacco, era riuscita a liberarsi quasi subito, dando l'allarme al comando fascista che fece bloccare tutte le vie di accesso a Monza, dislocando pattuglie delle «Brigate Nere» su tutte le vie principali. Proprio una di queste pattuglie li assalì alle spalle, provenendo da un portone, cosicché Vittorio e Alfredo non poterono nemmeno tentare di difendersi.
Avevo incontrato Vittorio l'ultima volta, prima dell'arresto, la sera del 24 gennaio in casa mia, per informarlo che nessun movimento sospetto si era verificato all'ingresso della caserma di via Volturno. Vittorio teneva infatti l'eventualità di imprevisti che potessero compromettere la riuscita dell'operazione: a me, dunque, era stato affidato quel compito di sorveglianza, che avevo svolto, per alcune ore, defilandomi all'angolo della chiesa di San Carlo. II colpo di mano alla caserma avvenne poco dopo, intorno alle 21 del 24 gennaio. Verso le 2 di notte del 25, i fascisti vennero a casa mia: fui arrestato insieme a mio papà (ignaro di tutto), caricato su un motocarro, e condotto alle prigioni della Villa Reale: compresi subito che era qualcosa di grave.
Separato da papà, fui bendato e condotto davanti al sergente delle SS Werning, che — coadiuvato da una giovane interprete — mi sottopose all'interrogatorio: negai di essere a conoscenza di un piano di attacco alla Caserma dì via Volturno, nonché qualsiasi appartenenza al movimento partigiano.
A questo punto venne portato davanti a me Vittorio Michelini, le guance tumefatte sulle quali il sangue si era ormai raggrumato, negli occhi non il terrore, ma un velo di tristezza che mi spezzò il cuore!
“Franco, sanno tutto!” furono le sue prime parole, mentre un aguzzino fascista, zoppo e di piccola statura — una autentica belva — incominciava a menarmi con il “nervo dì bue”. L'interrogatorio verteva sulla mia posizione nell'ambito della vicenda: Vittorio mi “giustificò” presso il sergente Werning, dichiarando di avermi frequentato non tanto per motivi politici, ma perché ero fratello di Gianni Rossi, suo carissimo amico e compagno di arrampicata, perito in Grignetta sul Torrione Fiorelli il 18-6-44. Sia il sergente Werning che il capitano Gatti si riservarono di controllare: sta di fatto che l'interrogatorio si concluse e che le affermazioni di Vittorio (seppi poi) mi consentirono dì lasciare indenne la Villa Reale il 26-l-45.
Poco dopo fummo condotti entrambi in una piccola cella al secondo piano della Palazzina che sta addossata alla Villa Reale: passammo così davanti ad una grande sala, ove vidi seduti, su una panca, Alfredo Ratti (che fumava imperterrito una sigaretta) e Raffaele Criscitiello la guardia di Pubblica Sicurezza che aveva collabora-to alla organizzazione del colpo, anch'egli, poi, fucilato insieme a Vittorio e Alfredo. Entrambi avevano il volto sfigurato dalle torture e pieno di sangue.
Criscitello, ricordo perfettamente, aveva il naso spezzato. Accanto a loro, Piero Gambacorti Passerini (il volto a mala pena riconoscibile per le percosse), i due fratelli Guido e Renzo Ubezio, il fratello minore di Ratti e un certo “Silvio”, che, nonostante il freddo pungente, indossava solo una canottiera di cotone senza maniche.
Fu una visione sconvolgente: in particolare mi colpì il viso bellissimo e sprezzante di Alfredo Ratti, del quale mi era ben nota la fama acquisita sui nostri monti con le formazioni partigiane. Non lo potrò mai dimenticare! Le poche ore di segregazione in cella con Vittorio Michelini furono drammatiche: eravamo tenuti sotto costante controllo da alcuni militi delle Brigate Nere (divieto assoluto di parlare tra noi), mentre altri militi entravano nella cella a ondate successive per sputarci addosso ed inveire.
Vittorio aveva fame: grazie ad un fascista “umano”, ottenni due piatti di minestra, che cedetti a Vittorio. Li divorò.
“Vittorio, che è successo?” chiesi in un momento di distrazione dei secondini. Sua risposta: “tutta colpa dì una donna!”. Mai riuscii a venire a capo di questa affermazione a poche ore dalla sua morte, nonostante tutti i tentativi esperiti dopo la Liberazione. Si presume che una donna (ma amica di chi? Di Vittorio? Di Alfredo? Di Raffaele?), venuta a conoscenza del piano di attacco alla Caserma di via Volturno, avesse fatto la soffiata al Comando delle Brigate Nere.
Ultime parole di Vittorio: “Chissà se l'azione andrà a buon fine!”: esprimendo con ciò la speranza che le armi sottratte alla Caserma di via Volturno fossero state messe al sicuro (in realtà, i fascisti non riuscirono mai a trovarle, segno che Vittorio e Alfredo — a dispetto delle terribili torture subite — non rivelarono né il rifugio né il destinatario delle armi).
La cella era per due; al centro, un tavolo su quale Vittorio sedette sino all' ultimo istante, dondolando le gambe. Una finestrella dava sullo spazio che si trova di fronte all'ingresso principale della Villa Reale, e Vittorio fissava muto il cielo, la neve, la vita. Facile intuirne i pensieri, vista la situazione: ciononostante, non gli vidi versare una lacrima!
Improvvisamente Vittorio venne chiamato: scattò verso l'esterno della cella con un balzo d'atleta (e lo era). Seppi poi dalla solita guardia compiacente che Don Luigi De Agostini lo attendeva per la Santa Confessione, poi che non lo avrei più rivisto.
Nevicava; una massa informe s'arrestò davanti alla Villa Reale. Era il tram. Poco dopo i Fascisti abbassarono tutte le persiane, ebbero il pudore di volerci risparmiare il rumore degli spari. L'eco tuttavia ci giunse, assordante: bloccato dal terrore e dal dolore, trattenni in gola per un lasso di tempo il respiro. Vittorio – Alfredo - Raffaele - in quell'attimo morivano. Feci in tempo a constatare che non nevicava più e che il cielo era tutto un grigio fumoso.
Così morivano — dopo inaudite torture — tre giovani nel fiore degli anni, tre giganti dal punto di vista morale, che nel sacrificio, nella povertà e nel rischio continuo della vita, erano vissuti per la libertà.
Ebbene, sono trascorsi 50 anni, ma quelle scariche di mitra che troncarono la loro esistenza mi tormentano ancora — specie la notte — a mala pena mitigate dal ricordo dei loro volti impavidi pur nella consapevolezza della fine imminente.
Di Vittorio Michelini — l'unico che conoscevo a fondo — mi è rimasto un anello metallico da lui fabbricato (era un “meccanico” finito) con le sue ini-ziali “V.M.”. Tutte le volte che lo accarezzo con le dita, rivedo Vittorio accanto a me, in montagna o al lago (era pure un eccellente nuotatore), timido, un fisico minuto ma possente, quei dolci occhi marrone-scuro, brillanti di una luce che scaturiva da una energia, da una purezza interiore straordinarie, che lui sapeva facilmente comunicare agli altri.
Si può pensare ai morti per qualche tempo e poi dimenticarli. Vittorio, Alfredo e Raffaele, invece, sono tuttora presenti in me e vorrei tanto che anche solo per un attimo rivivessero in queste mie parole. Ciao Vittorio. Ciao Alfredo. Ciao Raffaele.”

Franco Rossi

guarda i video con l'intervista a Franco Rossi: