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GIANNI CITTERIO, medaglia d'oro al Valor Militare

Nato a Monza il 13 giugno 1908, caduto a Megolo (Novara) il 13 febbraio 1944, laureato in Legge, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
E' sicuramente la figura più nota dell'antifascismo monzese: fu un esempio per tutti i compagni che lo conobbero poiché seppe affiancare una spiccata capacità d'azione ad un grande senso di responsabilità politica.
Fu sempre in contatto con i protagonisti della Resistenza a livello nazionale e nella sua esperienza ricoprì ruoli di primo piano nella costruzione di un percorso locale verso la Liberazione. Era membro del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), che, formato da cinque membri, uno per ogni partito antifascista, aveva il compito di coordinare le formazioni partigiane del nord Italia.
Monza fornì a questo organo due grandi figure: mentre Citterio vi partecipò come rappresentante del PCI, Gian Battista Stucchi vi faceva parte a nome del PSI.
Nel marzo 1943, quando in tutto il Nord Italia gli operai incrociarono le braccia contro il regime, Citterio sostenne attivamente gli scioperanti monzesi; numerose ed importanti furono anche gli scritti che pubblicò sul giornale "Pace e Libertà", che, distribuito clandestinamente, conteneva articoli e comunicati di ferma opposizione al regime.
Il 26 luglio Citterio fu pronto a guidare la prima manifestazione in cui gli antifascisti monzesi testimoniarono la grande gioia per la caduta del Duce: parlò in pubblico alla trattoria "Santa Lucia" di via Manara al fine di convincere i concittadini ad arruolarsi nel Corpo Volontari per la Libertà, convinto a ragione che la strada verso la definitiva liberazione sarebbe stata ancora lunga. Parlò di nuovo alla cittadinanza l’8 settembre, quando, a trentacinque anni, appariva già come la figura centrale dell'antifascismo monzese: dal balcone del Municipio in piazza Carducci tornò a sottolineare la necessità di organizzarsi contro il Nazifascismo: giungevano infatti in Brianza le prime truppe tedesche ed i fascisti si stavano riorganizzando nella nascitura Repubblica Sociale.
A quel punto la sua attività tra Monza e Milano divenne frenetica, tanto da obbligarlo ad allontanarsi dalle due città, essendo ormai nel mirino dei fascisti.
Partì quindi per la Val d’Ossola per combattere in prima persona: fino a quel momento il suo nome di battaglia era stato “Diomede”, ma sui monti divenne “il commissario Redi” ed affiancò i gruppi partigiani locali.
Presso Megolo, il 13-2-1944, la sua formazione venne sorpresa da un’offensiva nemica:
“Redi” si impegnò a coprire la ritirata dell’intera formazione e cadde sul campo insieme ad altri compagni.
Un sacrificio che valse la salvezza di molti, ma privò presto la Resistenza di un grande personaggio.

Nella motivazione della ricompensa al valore assegnata alla memoria di Citterio è scritto:
"Attivissimo organizzatore della resistenza partigiana, prese parte a tutte le più rischiose imprese della sua formazione, accoppiando intrepido coraggio alle supreme idealità. Mentre con un pugno di audaci rientrava da un'ardita impresa compiuta, venne attaccato da forze nemiche venti volte superiori, e senza esitare accettò la disperata battaglia. Benché ferito ripetutamente, mentre attorno a lui cadevano tutti i suoi compagni, sostenne l'impari lotta, finché colpito da una raffica di mitraglia esalava lo spirito invincibile".

guarda il video:


leggi il discorso del sindaco di Monza Roberto Scanagatti, di Commemorazione nel 70° anniversario della morte di Citterio

Scritto da GIANNI CITTERIO nel giornale clandestino “PACE E LIBERTA’” il 25 giugno 1943

SPEZZIAMO LA SCHIAVITU’
"L’italiano, dopo vent’anni di fascismo, si può paragonare ad un ammalato di lunga estenuante malattia che cerca sottrarsi al male che lo porta alla morte ma che non trova in sé la forza di reagire. Immaginiamoci di essere guidati da un medico che cerchi di sviluppare a gradi le nostre energie latenti, fino a che le forze irromperanno rigogliose a nuova vita. Nell’attesa di rompere con lo stato di schiavitù al quale siamo soggetti, vediamo di ridiventare liberi cittadini degni di questo nome con quotidiane modeste manifestazioni di forza:

“Cessate di portare il distintivo, ne seguirà il provvedimento di espulsione e sarete automaticamente ridiventati liberi di voi stessi.
Non salutate romanamente.
Non usate il voi nei luoghi dove è imposto.
Nei ritrovi pubblici cercate la compagnia di color che sapete essere antifascisti.
Non andate a manifestazioni a carattere politico.
Quando vi si chiede il consenso per l’operato del fascismo, tacete.
Non parlate mai di politica con fascisti. Quando qualcuno di essi tiene conferenza in
riunioni di amici o al caffè allontanatevi.
Dite sempre a voi stessi: «La rovina di tutti sarà anche la mia rovina e quella dei miei cari. Bisogna fare qualche cosa contro i nostri carnefici. Bisogna fare qualche cosa.
Siate decisi e fermi in questa convinzione e non tarderà chi vi indicherà quello che dovete fare.”


GIANNI CITTERIO


MEGOLO 13 Febbraio 1944 - Resistenza eroica.

Caduti: Arch. Cap. Filippo Maria Beltrami – Avv. Cap. Gianni Citterio (Redi) – Ten. Antonio Di Dio – Carlo Antibo – Bassano Bassetto – Aldo Carletti – Angelo Clavena – Bartolomeo Creola – Emilio Gorla – Paolo Marino – Gaspare Pajetta – Elio Toninelli.

Erano le 6.30 del 13 febbraio 1944. Dei reparti di SS appoggiati da una compagnia della Guardia Nazionale Repubblichina, coperti dalla fitta nebbia delle prime ore del mattino, nascosti gli automezzi in un avvallamento a qualche centinaio di metri da Megolo, invasero la piccola frazione del comune di Pieve Vergonte.
Prima facile preda del nemico furono Bassano Bassetto e Bartolomeo Creola, colti nel sonno in una camera dell’Osteria del Remo. I due partigiani riposavano in attesa che l’oste alle 7 li svegliasse perché avrebbero dovuto raggiungere i distaccamenti dislocati in altre località della valle.
Vennero trascinati alla presenza del cap. Simon, comandante delle forze nazi-fasciste.
Pur essendo frustati, bastonati e torturati, i due giovanissimi partigiani rimasero nel più assoluto silenzio e infine vennero consegnati ai militi. I fascisti ripresero la bastonatura dei due ragazzi e quindi li fucilarono in una piazzetta a lato dell’osteria.
Il capitano Beltrami, con calma e sicurezza, dispose i suoi partigiani su una linea di circa 200 metri e quindi prese il proprio posto di combattimento. Cinquantatré uomini con una mitragliatrice, due mitragliatori, un mitra, e una cinquantina di moschetti erano pronti a difendersi dall’attacco condotto da oltre cinquecento nazi–fascisti armati di un cannoncino, due mortai, una mitragliera da 20 mm., tre mitragliatrici pesanti, fucili mitragliatori e mitra.
Il Capitano aveva respinto per la seconda volta l’invito alla resa del Comandante tedesco: con tutti i suoi partigiani, aveva accettato il combattimento.
Alle 7 del 13 febbraio 1944, la nebbia era dispersa dai raggi del sole che illuminava la valletta di Megolo. I partigiani, distesi lungo la linea di difesa, assistevano immobili all’avanzata della colonna tedesca, a al successivo disporsi per l’attacco delle forze nemiche. I tedeschi avanzavano in tre linee, distanziate l’una dall’altra di qualche metro: la GNR, rinforzata reparti di SS, avanzava sulle due ali.
Era necessario attendere: l’esiguo numero di uomini e la scarsa potenza di fuoco consigliavano di attendere che il nemico fosse giunto a breve distanza. L’attesa era estenuante, snervante. Le SS erano ad una trentina di metri dalla balza dietro cui era appostato il gruppetto di comando. Il mitra del Capitano ruppe, con il suo crepitare, il silenzio della valle. Tutte le armi della difesa risposero al richiamo e la prima linea dell'avversario fu costretta a ripiegare in disordine lasciando sul terreno alcune decine di morti.
Non vi furono soste nella battaglia; dall’una e dall’altra parte si continuò con sempre maggior accanimento. Purtroppo, l’unica arma pesante si inceppò e dovette essere abbandonata. Un colpo di mortaio raggiunse la piazzola del mitragliatore all’ala sinistra della difesa, uccidendo il servente al pezzo.
Alle 10, dai Presidi dell’Ossola giunsero rinforzi al nemico: da quel momento la situazione volse a favore delle forze nazi–fasciste.
Nel tentativo di spostarsi verso il centro, il cap. Citterio venne colpito da una raffica e abbattuto. Era una grave perdita: Redi, uno dei valorosi della vecchia guardia di Beltrami, era un coraggioso, un abile ufficiale e un prezioso consigliere del Capitano. La scarsità di munizioni non permetteva di resistere a lungo e con scarse possibilità di successo.
Bisognava tentare una sortita e Beltrami avvertì gli uomini di tenersi pronti. Approfittando di uno dei frequenti avvicendamenti nella prima linea del nemico, diede l’ordine di contrattaccare e i partigiani balzarono in avanti all’assalto. Sorpresi dall’ardita azione di un pugno di uomini ormai decisi a tutto, la prima linea nemica si ritirò disordinatamente, travolgendo e disorganizzando anche le linee di rincalzo. La fuga nazi–fascista ebbe termine nell’abitato di Megolo. Entrarono in azione i rinforzi sopraggiunti dal Nord; i giovanissimi della ‘banda’, lasciatisi trascinare dell'entusiasmo, anziché retrocedere e prendere posizione su una nuova linea, abbandonarono ogni prudenza e si spinsero allo scoperto fino alle prime case, dove vennero falciati dalle raffiche delle mitragliatrici.
Caddero Antibo, Gorla, Clavena, Toninelli, Carletti. Anche Marino venne abbattuto poco dopo da una raffica di mitra sulla soglia di una casa.
Intanto il Capitano tentava di riorganizzare i propri uomini su una nuova linea di difesa ma, ormai convinto di non poter reggere ai nuovi attacchi, dava disposizione per evitare l’accerchiamento e per operare un’azione di sganciamento, nel caso in cui la situazione fosse ancora peggiorata. Mentre, ritto accanto ad un grosso castano, osservava le posizioni, il Capitano venne colpito da una raffica al petto e alla gola. Antonio e Gaspare gli furono subito accanto e tentarono di trasportarlo in una baita che sorgeva sul pianoro a una trentina di metri dal luogo in cui era stato ferito. Ma il Capitano, intuendo la sua prossima fine, a cenni fece comprendere ai due giovani di ritirarsi prima che fossero accerchiati dal nemico. La sua posizione venne individuata e diventò un bersaglio sicuro: un colpo di mortaio troncò ad un tempo la vita di Beltrami, Di Dio e Pajetta. Dopo quattro ore di combattimento accanito, al termine delle munizioni, senza la guida del loro Capitano, i superstiti furono costretti a ripiegare e disperdersi fra le rocce e nella boscaglia, cercando poi di raggiungere gli altri distaccamenti.

Ultimo atto della tragedia: un fascista, raggiunto il Capitano, infierì ripetutamente con il pugnale sul corpo esanime.

Il Cap. Simon, invece, riconoscendo la generosità, il valore, il coraggio, la nobiltà dei sentimenti dell’eroico comandante partigiano gli fece tributare gli onori militari da un reparto di SS. Era infatti caduto combattendo, alla testa dei suoi ragazzi, un uomo le cui epiche gesta avevano attirato l’attenzione non solo del popolo e del nemico nella nostra provincia, ma di tutta l’Italia occupata e dal Comando supremo nazista.

13/02/44