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E. Bracesco

A. Buzzelli

B. Capuzzo

G. Citterio

U. Diegoli

E. Farè

M. Preda

A. Riboldi

M. Robecchi

A. Ronchi

F. Rossi

E. Sala

G.B. Stucchi

B. Villa

ENRICO BRACESCO

ascolta il radiodramma su Enrico Bracesco, realizzato dalla classe 3B della scuola secondaria di primo grado "Leonardo da Vinci" di Monza (A.S. 2014/15):

Nato il 10 aprile 1910 a Monza è uno dei personaggi più noti della Resistenza monzese e brianzola a causa della sua antica militanza antifascista, era iscritto al partito comunista clandestino dal 1935, e per le travagliate vicissitudini durante l’attività ribellistica. Già prima dell’8 settembre era segnalato come sobillatore all’interno della Breda V, tanto che il 1 giugno 1943 era stato citato a giudizio dal Tribunale militare territoriale di Milano insieme ad altri cinquanta operai di varie fabbriche per la partecipazione agli scioperi del marzo 1943. In particolare Bracesco ed altri sei operai della Breda erano accusati in quanto:


...quali mobilitati per il servizio del lavoro alle dipendenze dello Stabilimento Ausiliario “Ernesto Breda” di Sesto S.Giovanni, in concorso tra loro il 29 marzo 1943 ostacolavano il corso del lavoro, sospendendo arbitrariamente lo stesso per pochi minuti...


La denuncia gli causò quasi un mese di carcere fra processo e detenzione e il successivo licenziamento. La condanna ad un anno che ricevette non ebbe comunque effetto perché passata nel frattempo in giudicato. Riusciva così, grazie anche a colleghi amici, a farsi riassumere alla Breda dove divenne caposquadra attrezzista. Una memoria del gappista Luigi Ratti lo definisce “…Animatore di eccezionale ascendente, agitatore instancabile, propagandista efficace e persuasivo”. Tutta la famiglia dopo l’occupazione nazifascista appoggiò la Resistenza; il fratello Carlo gestiva una trattoria a Monza che venne spesso usata come base per riunioni e alloggio per uomini diretti verso le bande della montagna, la sorella della moglie, Matilde, diffondeva stampa clandestina lavorando anche lei alla Breda ed era attiva nel “Soccorso rosso”. Nell’organizzazione gappistica Enrico entra già nell’ottobre del ’4330. Nella concezione organizzativa dei Gap, limitare al massimo i contatti interni era garanzia di sicurezza in caso di arresto. Così anche i compiti erano distribuiti in maniera specifica; chi eseguiva un attentato con dell’esplosivo, si trovava le bombe pronte nel tal luogo e alla tal ora, senza sapere chi erano gli obiettivi. Così Bracesco veniva utilizzato soprattutto come procacciatore e trasportatore di armi. Anche Eugenio Mascetti, futuro organizzatore delle sap brianzole e antifascista di vecchia data, ne segnala la collaborazione per un trasporto di fucili ed esplosivo31. E’ in questa funzione che il 4 novembre è alla guida di un piccolo autocarro con il quale ha consegnato a Muggiò a Michele Robecchi un grosso quantitativo di armi automatiche nascoste dopo l’8 settembre da militari in fuga nel cortile della scuola “Ugo Foscolo” di Monza. Un gruppetto di partigiani locali le aveva trafugate e nascoste parte in un fienile e parte in un cascinotto. Dopo l’arresto di uno di loro Bracesco, Paleari, Bersan e Rizzardi si recarono con un triciclo a prelevarle per poi organizzare un trasporto. Sulla via del ritorno, tra Cinisello e la Taccona, frazione di Muggiò, per motivi non conosciuti il camioncino si ribalta; il conducente è gravemente ferito e all’ospedale gli verrà amputata la gamba destra. Tornato a casa riprende i contatti con gli amici della Breda, ora impegnati nei grandi scioperi del marzo ’44, ma è tenuto d’occhio dai fascisti. Rifiuta gli inviti a sfollare in campagna, a tenersi lontano dai punti caldi della rivolta operaia; di notte dorme presso Andreina, la sorella minore della moglie, tornando con cautela a casa talvolta al mattino. Sono le prime ore del 13 marzo (in altre fonti il 15) quando militi fascisti lo fermano e lo portano via. I momenti successivi all’arresto sono stati raccontati in alcune testimonianze rilasciate dalla moglie Maria Parma. Sono parole che ci fanno anche ricordare come il dramma, oltre che il deportato, coinvolgesse in maniera dolorosa mogli, figli e tutti i parenti più stretti.


Io non sapevo che lo avevano arrestato. Viene uno in casa mia e mi dice ”Dov’è Enrico?”. Io gli dico che è a farsi curare la gamba e lui mi dice di seguirlo con la mia bambina. Vengo caricata su una camionetta, mi portano al macello, dove ci sono le carceri. Lui era già lì ma io non l’ho visto. Loro mi hanno interrogato chiedendomi dove fosse Enrico. Io ho risposto “Non lo so, magari ce l’avete già qui voi”. Volevano sapere da me tante cose di Enrico, ma io sono sempre stata vaga”.
Il marito venne portato a S.Vittore, il rapporto delle presenze al 29 marzo lo da come detenuto nel braccio tedesco del carcere.

Grazie all’intervento di una cugina ho potuto rivederlo per un attimo, la settimana dopo. E’ stata un’eccezione, in quanto i prigionieri politici non potevano ricevere visite. Lo hanno portato a Milano, alle carceri di S.Vittore e ricordo lo sguardo disperato che aveva dietro lo sportellino. Era affamato e aveva solo un filo di voce. La zia Maria, che mi accompagnava, uscì a comperare del cibo che gli lasciammo grazie all’umanità di un giovane militare tedesco di guardia, che finse di non vedere.


Una traccia della sua presenza è data anche per lui da una scheda di partenza per lavoratori in cui si legge la data del 20 marzo 1944 come giorno della partenza stessa. Come già rilevato per le altre schede, le date di partenza riportate coincidono sempre con quelle accertate dell’arresto, in questo caso potrebbe essere quindi un suggerimento per dirimere la questione della data certa della cattura di Enrico Bracesco. Il 27 aprile il carcerato fa parte del trasporto che conduce numerosi prigionieri “politici” a Fossoli. E’ conosciuto, in questo campo, il suo numero di matricola, il 225. Ancora la moglie ricorda:


...venne trasferito dalle carceri di Milano al campo di concentramento di Fossoli. Tre viaggi feci, sempre sotto i bombardamenti aerei che ci costringevano a scendere dal treno per nasconderci tra le siepi, tra i campi. Non lo rividi più...


Da Fossoli il detenuto monzese scrisse undici lettere nei tre mesi di permanenza, in parte fatte uscire clandestinamente dal campo, data la limitazione di due missive al mese imposta ai prigionieri nell’invio della corrispondenza36. Sono scritti dove traspare soprattutto il lato umano della situazione, in modo particolare il dolore di un marito e di un padre di due figli piccoli che si trova lontano da loro ma anche la volontà di rassicurarli sulla propria condizione. Attraverso le maglie della censura e della prudenza qualche sprazzo di luce sull’ambiente che circonda Bracesco a Fossoli, in special modo quello creato dai suoi compagni di prigionia, emerge.


Si prestano in bisogni e gentilezze che non posso proprio lamentarmi, qua ci comprendiamo avvicenda, le nostre sventure, dolori, lontananze, tutto ci dividiamo, non manca però anche qualche sprazzo di allegria che ci creiamo tra noi compagni di camerata, insomma non si difetta di Fraternità, qualunque grado, o ceto di cui appartengono, siamo tutti uniti in blocco. Anche riguardo la mia gamba, dottori non mancano, son con noi, c’è anche uno che mi è venuto a trovare qualche volta all’ospedale quando ero a casa...


L’avvicinarsi del fronte alleato determinò la necessità di sgombrare gradualmente il campo di raccolta di Fossoli e trasferire i detenuti politici ed ebrei a Bolzano Gries, nel nuovo centro di transito per la deportazione nel Reich. Il 2 agosto Fossoli verrà definitivamente chiuso dalle SS. Bracesco annuncia in una lettera del 21 luglio la sua partenza per l’Alto Adige per il giorno stesso, anche se la meta è a lui sconosciuta.


Mia amatissima Maria, credo questa mia abbia la fortuna di raggiungerti. Si parto, non so dove, ma certo per un altro campo dove lo ritengono più sicuro. In tutti i modi non ti devi allarmare, io affronto il viaggio in condizioni di salute molto buone, anche moralmente a posto, non vedo proprio male in questo cambiamento, anzi credo di poter dare presto mie notizie...


Il trasporto avvenne utilizzando autocarri e corriere che formarono una colonna chiusa dai side-car tedeschi. Traghettarono a S.Benedetto Po e giunsero a Verona in serata. Il giorno successivo ripartirono per Bolzano, dove arrivarono alle ore 22.00. Da qui l’ultimo contatto con la moglie Maria.


Un giorno mi arrivò in una busta un biglietto scritto a matita da lui. Probabilmente lo aveva lanciato da un reticolato del campo ed era stato raccolto da una buona persona. Nel biglietto mi chiedeva d’inviargli dei documenti che comprovassero la sua invalidità, perché c’era una speranza che non lo avrebbero mandato nei campi di sterminio nazisti. Feci quanto mi chiedeva, ma non ebbi risposta e la mia angoscia crebbe. Lo immaginavo debole, indifeso con le stampelle e quindi con grosse difficoltà. Scrissi anche al comando di Verona, ma tutto fu inutile.


Il giorno 4 agosto Enrico Bracesco faceva in tempo ad aggiungere che:


...oramai è quasi inutile tentare ciò che in precedenza scrissi, perché in questo giorno ci fanno partire per la Germania, ma non fa nulla, non mi dispero perché fa parte del mio carattere, prendo tutto come viene e t’assicuro che mi so adattare in ogni luogo mi portino, anche se saranno fiori con spine e poco profumo...


Il 5 agosto Bersan, Rizzardi e Valagussa videro salire con loro su un vagone piombato quest’uomo con le sue stampelle, anche lui destinato a Mauthausen. Nel suo libro di memorie il partigiano biassonese Siro Riboldi, rievoca l’arrivo al lager in compagnia di Enrico Bracesco.


...nel frattempo iniziò il nostro calvario. I soldati cominciarono a percuotere i deportati con mezzi di qualsiasi genere dalle pedate, ai moschetti con ingiurie e altro. Io mi trovavo nel mezzo della fila accanto al povero Bracesco, Canzi e il prete. Nel vedere Bracesco camminare con uno sforzo sovraumano, essendo senza una gamba, lo aiutai a non perdere il passo della marcia e a trascinarlo di vera forza verso il campo.


La matricola 82293, “deportato per motivi di sicurezza”, si dichiarò meccanico. Fu trasferito successivamente prima nel sanitatslager, la sezione medica e infermieristica del campo di sterminio dove tutto si faceva fuorchè curare i malati, e poi al castello di Hartheim dove morì l’8 dicembre 1944.



Ultima lettera dal campo di Fossoli scritta pochi giorni prima della partenza di Enrico da Fossoli nel luglio 1944 alla moglie Maria

Mia amatissima Maria,
se il destino vorrà che questa mia ti giunga, allora io non sarò più a Fossoli, ma sarò partito per qualche ignota destinazione. Non ti dovrai demoralizzare, anzi!
L'avverso destino ti deve essere di sprone, riattivando tutte le tue energie, troverai una nuova forza per superare altri periodi, che più o meno lunghi potranno trascorrere prima del nostro desiderato ricongiungimento.
Purtroppo in questi giorni c'è movimento, perciò ti preparo questo scritto perchè non so che cosa sarà deciso sul mio conto.
Nel tuo ultimo scritto del 22 giugno, mi dici che a giorni sarà pronta la gamba. Sarebbe stata per me proprio una delle maggiori soddisfazioni poter riattivare le mie condizioni fisiche e permettermi così dopo nove mesi di camminare senza le grucce. Purtroppo devo attendere in quanto, come vedi, non sono questi i giorni migliori per tale soddisfazione. Ma stai sicura, cara Maria, che saprò attendere con ferma decisione giorni migliori. Non è detto poi che partire voglia dire per me peggiorare, può darsi invece che sia la volta buona e si possa mettere fine a tutto, però è meglio non illudersi ed essere pronti al peggio nella speranza di un domani migliore.
Ti faccio sapere, cara, che difficilmente io potrò avere tuoi scritti dopo questa mia, perciò non scrivere più finchè non avrai mie notizie, sempre che me ne sia data la possibilità. Se ciò non fosse, non disperare, sii forte come nei primi mesi, io ti assicuro che me la caverò sempre bene ed un giorno, al mio ritorno, voglio ritrovare te e i nostri bambini sempre più belli.
Mia adorata Maria, qualunque cosa possa accadere, ricorda che io ti ho amata sempre con tutte le mie forze, così voi miei figli adorati, Luigi e Milena avete dato a me le più grandi soddisfazioni che l'uomo possa chiedere alla vita, mi spiace solo non vedervi crescere, non potervi educare, farvi studiare, ma tutto ciò, sono certo, mi sarà consentito in seguito. Ti sembrerò con queste frasi un pò fuori posto, ma non darci peso, fai come se fossi vicino e vedessimo assieme il futuro dei nostri piccoli; non mi dilungo oltre, perchè tu hai già compreso che ho dato tutto per ottenere un avvenire migliore, e che cosa non darei ancora per il bene dei nostri figli?
Grossi bacioni, ricordami sempre!

Tuo Enrico